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Il canto incantato dell’uccello magico
di Catharina
Beretta
Novità! Abbiamo deciso di dedicare lo spazio del magazine che
solitamente riserviamo a piccole ricette africane, ad un nuovo argomento
che, secondo noi, da modo comunque di “assaporare” l’Africa! Pensando
soprattutto ai bambini (ma di interesse anche per i grandi!), di volta
in volta selezioneremo tra le più belle fiabe della cultura africana,
alcune delle quali recenti, altre invece che hanno subito le metamorfosi
di secoli e secoli e l’influenza di chi le ha tramandate oralmente, ma
comunque ancora estremamente attuali.
“Il canto incantato dell’uccello
magico” è una fiaba antica quanto l’Africa, che ha origine tra le tribù
della Tanzania. Tratta dal libro “Le mie fiabe africane” di Nelson Mandela, questa fiaba sottolinea
l’innocenza e la forza dei bambini, la
loro importanza all’interno di una comunità, poiché è la loro purezza
d’animo che gli consente di ascoltare e vedere cose che spesso i grandi
non sono più in grado di riconoscere.
<<Un giorno, in un piccolo
villaggio arrivò uno strano uccello che fece il suo nido tra le colline
basse. Da quel momento, nulla fu più al sicuro. Qualunque cosa gli
abitanti piantassero spariva dai campi durante la notte. Ogni mattina le
pecore, le capre e le galline erano sempre di meno. Persino durante il
giorno, mentre tutti erano al lavoro nei campi, l’enorme uccello entrava
con la forza nei magazzini e nei granai, e rubava le provviste per
l’inverno.
Il villaggio andò in rovina. Tutti finirono in miseria –
dappertutto si sentivano gemiti e digrignar di denti. Nessuno – neppure
l’eroe più coraggioso del villaggio – riusciva a mettere le mani
sull’uccello. Era troppo veloce. Si faceva persino fatica a scorgerlo:
si sentiva solo lo sfrecciare delle grandi ali quando veniva ad
appollaiarsi in cima al vecchio albero, al riparo della sua fitta chioma
gialla.
Il capo del villaggio si strappava i capelli per la
disperazione. Un giorno, dopo che l’uccello ebbe depredato il suo
bestiame e le sue provviste per l’inverno, ordinò agli anziani di
affilare ascia e macete e di andare tutti insieme a caccia dell’uccello.
“Abbattere l’albero, questa sarà la nostra risposta” disse.
Con asce e macete affilati e luccicanti, gli anziani si avvicinarono al grande
albero. I primi colpi affondarono pesantemente fin dentro il corpo vivo
del tronco. L’albero vacillò, e dal fitto e intricato fogliame su in
cima spuntò lo strano e misterioso uccello. Dalla sua gola uscì un canto
dolce come miele. Si insinuò nel cuore degli uomini e raccontò di cose
meravigliose e remote che mai più ritorneranno. Quel suono era così
incantevole che asce e macete caddero dalle mani degli anziani. Essi si
inginocchiarono e volsero lo sguardo sognante e malinconico verso
l’uccello che cantava per loro in tutto il suo splendore di colori
brillanti.
Le mani degli anziani divennero fiacche. I loro cuori si
fecero teneri. No, pensarono, un uccello così bello non poteva aver
causato tanto danno e devastazione! E quando il sole calò rosso ad
ovest, si trascinarono come sonnambuli dal loro capo e dissero che non
c’era nulla, ma proprio nulla, che essi potessero fare contro quel
uccello. Il capo si arrabbiò molto. “Allora saranno i giovani della
tribù ad aiutarmi – disse -. Toccherà ai ragazzi infrangere il potere
dell’uccello”.
Il giorno dopo i giovani si armarono di asce e macete
luccicanti e partirono alla volta dell’albero. Di nuovo i primi colpi
affondarono pesantemente nel corpo vivo del tronco. E proprio coma la
prima volta, la grande chioma dell’albero si aprì e lo strano uccello
comparve in tutta la sua variopinta bellezza. Ancora una volta, la
melodia più straordinaria riecheggiò tra le colline. I ragazzi
ascoltarono, incantati, quel canto che parlava loro d’amore e di
coraggio e delle gesta eroiche che li attendevano. Quel uccello non
poteva essere cattivo, pensarono. Non poteva essere malvagio. Le braccia
dei ragazzi diventarono fiacche, le mani lasciarono cadere asce e macete
e, come gli anziani prima di loro, essi caddero in ginocchio e
ascoltarono in trance il canto dell’uccello.
Quando calò la notte,
tornarono barcollanti e confusi dal capo. Nelle loro orecchie risuonava
ancora il canto dell’uccello misterioso. “E’ impossibile – disse il
maggiore del gruppo -. Nessuno può resistere al potere magico
dell’uccello”. Il capo del villaggio si infuriò. “Non restano che i
bambini – disse -. I bambini sanno ascoltare e hanno occhi limpidi. Li
condurrò contro l’uccello”.
Il mattino dopo, il capo e i bambini della
tribù si diressero all’albero su cui riposava lo strano uccello. Non
appena i bambini fecero saggiare all’albero il morso dell’ascia, la
fitta chioma si aprì e l’uccello comparve come sempre – con la sua
bellezza accecante. Ma i bambini non guardavano in alto. I loro occhi
erano posati sulle asce e i macete che avevano in mano. Ed essi
tagliavano, tagliavano, tagliavano al ritmo del loro stesso rumore.
L’uccello cominciò a cantare. Il capo riusciva a sentire che quel canto
era di una bellezza senza pari, riusciva a sentire che le mani si
indebolivano. Ma le orecchie dei bambini riuscivano a sentire solo i
colpi secchi e regolari delle asce e dei macete. Per quanto incantevole
fosse il canto dell’uccello, i bambini continuarono a tagliare,
tagliare, tagliare.
Finalmente il tronco scricchiolò e si spezzò. L’albero si schiantò a
terra e con esso precipitò l’uccello strano e misterioso. Il capo trovò
l’uccello lì dove giaceva, schiacciato dal peso dei rami. Da ogni dove
la gente si precipitò. Gli anziani disillusi e i giovani vigorosi non
riuscivano a credere che i bambini fossero riusciti nell’impresa con le
loro esili braccia!
Quella sera il capo proclamò una gran festa in segno di ricompensa per i
bambini. “Voi siete riusciti a saper ascoltare e ad avere gli occhi
limpidi – disse -. Voi siete gli occhi e le orecchie della tribù”.

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