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Africa: il luogo
della rassegnazione?
di Giulia Rumor
Ho sempre cercato, in questa mia piccola rubrica, di
portarvi la mia personale esperienza “in terra d’Africa”. Il punto di
vista di una “bianca” che vede l’Africa con l’amore, ma con gli occhi,
volente o nolente, di una mzungu (bianca in swahili).
Amo il Kenya, amo
l’Africa, e penso che conoscere questa terra mi abbia aiutato a trovare
un equilibrio interiore che mai avrei potuto pensare di raggiungere, ma
spesso mi rendo conto di quanto io rimanga distante comunque da questo
mondo, nonostante ci viva per parecchi mesi all’anno e con modalità ben
diverse da quelle di una turista. Penso davvero che a certe cose non
potrò mai abituarmi, e che mi siano servite, invece, ad amare un po’ di
più anche l’Italia, di cui troppo spesso diciamo peste e corna
(differentemente dagli africani, dai quali non sentirete MAI pronunciare
parole di disprezzo per la loro terra e per la loro gente, neppure di
fronte ad episodi di evidente ed inconfutabile squallore).
Sono appena
tornata dal Kenya. Vi ho trascorso due mesi e mezzo con il mio compagno
(keniota, per l’appunto), e con nostro figlio Pietro, che al momento
della partenza non aveva ancora compiuto i 4 mesi. Quando abbiamo
comunicato la nostra idea di portare Pietro in Africa tutti, parenti,
amici e medici, ci avevano guardato come se fossimo stati posseduti da
uno spirito maligno.
Fortunatamente, il fatto che io allattassi
integralmente il bambino, proteggendolo in questo modo da moltissime
forme batteriche, aveva “attenuato” la nostra incoscienza. Insomma... siamo partiti, tra gli sguardi di disapprovazione di chiunque.
Tutto
andava benissimo: il clima, il sole, l’aria. Pietro cresceva come un
leone, anticipando i tempi per qualsiasi tappa del suo progresso
psico-fisico. Poi lui inizia a stare male (vomito e diarrea, cosa
abbastanza prevedibile). La cosa si è risolta, fortunatamente (grazie
anche all’aiuto di Tania, un’italiana che lavora a Malindi per il Cisp,
e che aveva il numero privato della dott.ssa Anissa. Il che ci ha
consentito di intervenire prontamente), ma da come si sono svolti i
fatti io ho capito che noi siamo abituati a concepire la vita e il
destino in un modo completamente diverso. Noi non ci rassegnamo. Noi non
accettiamo che una persona possa morire, senza prima aver fatto DI TUTTO
perché questo non accada! Non so se ciò sia giusto, non so se il nostro
rifiuto ad accettare le malattie e la morte sia “normale” o meno,
davvero, ma ho capito che gli africani possono “andare avanti” anche
grazie alla loro rassegnazione, che consente loro di continuare a
vivere, accettando e superando tragedie che per noi sarebbero
assolutamente devastanti. La stessa mamma di Joseph, con la quale
parlavo qualche tempo fa, mi disse di avere avuto 13 o 14 figli. Dieci
figli vivi e vegeti, mentre 3 o 4 deceduti in tenera età…!!! Lei non
ricordava se le fossero mancati 3 o 4 figli!!! Per noi una cosa del
genere è assolutamente inconcepibile, perché la morte di un figlio non
si dimentica. E non si supera mai. Ma per una donna africana perdere un
figlio è “normale”, può accadere. Infatti Beth, un’amica di Malindi ci
disse, con assoluta semplicità e “normalità”, che il numero giusto di
figli, per lei, è 4, perché “se te ne muoiono un paio non ti rimane il
figlio unico”!
Vi giuro che le sue parole ci fecero sobbalzare, ma poi ci diedero modo
di riflettere, perché la “forza” della gente d’Africa è quella di
rassegnarsi ad un presente e ad un destino troppo spesso crudele e
inspiegabilmente spietato. La natura ha dotato la gente della forza
della RASSEGNAZIONE. Accettare senza porsi domande un destino che non si
può capire.
Al contrario noi ci battiamo, lottiamo, non accettiamo mai una
“sconfitta”. La morte è diventata sempre un evento drammatico,
inaccettabile, anche quando ci “porta via” il vecchio nonno
ultraottantenne...
Combattiamo contro tutto quello che non ci va, non chiedendoci se è
giusto, normale, inutile. E arriviamo a tenere una persona su un letto
di ospedale per anni interi, “viva” solo perché attaccata ad apparecchi
che inducono la respirazione, alimentano, mantengono il battito
cardiaco,... Per contro posso dirvi che gli africani si fanno troppo
spesso dominare dalla loro rassegnazione, rinunciando a lottare per
qualsiasi cosa, spesso accettando passivamente anche quello che,
combattendo, potrebbero cambiare, migliorare, ottenere.
Sinceramente non so dirvi cosa sia meglio, cosa sia giusto. Per
l’ennesima volta mi trovo a riscontrare che la società africana e la
nostra società sono così diverse… dovremmo “semplicemente” arrivare ad
una via di mezzo.
Chissà se ci si riuscirà. Forse un giorno, grazie anche a chi cerca di
“portare” in occidente gli insegnamenti di culture diverse dalla
nostra...
Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Tania per averci dato
una mano. Ringrazio Dio per averci sostenuto nel momento del panico.
Ringrazio mia madre che, certamente, ha protetto Pietro dall’alto dei
cieli.
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