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COMUNICAZIONE
Siamo spiacenti di comunicarvi che, a causa di alcuni problemi interni
di riorganizzazione dell’organico, questo numero del nostro magazine
bimestrale,
e
forse anche il prossimo, verranno pubblicati on-line in “formato
ridotto”, ovvero escludendo alcune rubriche che saranno presto assegnate
a nuovi collaboratori.
Vi
ringraziamo sin d’ora della vostra comprensione e ci scusiamo per il
disagio.
Giulia & Joseph

Il Kenya è in
pericolo. Possiamo fare qualcosa
di Giulia Rumor
Tutti certamente sapete di quello che sta accadendo in Kenya in
questi giorni, ovvero da quando, il 27 dicembre scorso, le elezioni
presidenziali (i cui risultati sono stati modificati a favore del
vecchio presidente Kibaki, attraverso un vero e proprio broglio
elettorale) hanno dato vita ad una lotta tribale interna. Kikuyu conto
Luo, per ora...
I problemi sono circoscritti alle zone dove vivono queste
tribù (Kisumu, Nairobi, Eldoret), ed è lì che la gente lotta a colpi di
macete per ristabilire quelli che definisce i propri diritti, ovvero di
essere rappresentata dal presidente appartenente alla loro tribù.
Non voglio ora sindacare e discutere su chi abbia effettivamente ragione
(ma quando si muore e si ammazza c’è forse qualcuno che ha ragione?!),
ma voglio spiegare ai lettori di questa mia rubrica quello che sta
succedendo in Kenya al di là da quello che raccontano i giornalisti. A
causa di questi scontri il turismo è improvvisamente crollato.
Gli
italiani e gli europei (principali frequentatori del Kenya), e con essi
gli americani, hanno immediatamente annullato i loro viaggi,
indipendentemente da quale fosse la loro destinazione, e hanno scelto
altre mete. Sotto un certo punto di vista li comprendo. Queste guerre
fanno paura. I tour operator, di fronte all’assenza totale di turisti,
hanno chiuso i villaggi, gli alberghi, i ristoranti. Addirittura hanno
pianificato di tener chiusi i villaggi anche in luglio e agosto,
indipendentemente da come andranno le cose...
Hanno incentivato con ottime
offerte l’affluenza del turismo su altre mete. Migliaia di persone sono
state licenziate in tronco. Si parla di 5.000, solo nella zona di Malindi (dice il Console italiano a Malindi).
Gente che conta ogni anno
sul lavoro dei mesi “buoni” (da dicembre a marzo al massimo, e da agosto
a settembre, per un massimo di 6 mesi), in cui percepiscono uno
stipendio mensile medio pari a 50 euro al mese, per poi “tirare avanti”
nella lunga stagione delle piogge, quando tutto è chiuso e neppure gli
aerei volano sul Kenya.
Ora sono tutti licenziati, tutti senza lavoro. E
senza prospettive.
Tutti temono che prima o poi un onesto cittadino si
trasformi in un criminale e in un ladro, avventandosi su quei pochi
“temerari” che si recheranno in Kenya consapevoli che tra Nairobi e Malindi (terra dei Giriama) ci sono
800 km, e quindi i problemi politici
a Malindi neppure sanno cosa sono (è come se nessuno andasse più a
Venezia o a Milano, o a Roma, perché in Puglia ci sono
disordini...assurdo!).
Lo temiamo anche noi. E allora sì che la situazione
sarà davvero grave, perché il “benessere” e la sopravvivenza
dell’economia del Kenya si fonda in gran parte sul turismo (in particolarmodo
per le zone costiere).
Se davvero questa situazione si protrarrà per mesi, la gente (tutta la
gente, non solo quella direttamente coinvolta nelle guerre tribali, che
si svolgono, lo ripeto, a 800 km dalla costa) non avrà di
che vivere, e non troverà alternativa al crimine.
Una parte di questo disastro si può evitare. Non scartando il Kenya
quale meta per le vacanze, visto che si trascorrono sulla costa o nei
parchi nazionali (dove si effettuano i safari), zone assolutamente non
toccate dagli scontri che si stanno verificando.
Alcuni nostri clienti che hanno viaggiato nei giorni dei primi problemi,
o nei giorni immediatamente successivi, e che ancora stanno viaggiando
(rincuorati dai nostri consigli), si sono offerti di fornire
informazioni a coloro che, nel dubbio se partire o meno, abbiano voglia
di parlare con chi c’è stato, con chi ha verificato le reali condizioni
del Kenya del turismo. Ringraziamo pertanto Mario, Cristina, Carlo,
Sergio, Nadia, Stefania, dei quali daremo i numeri di telefono (ci hanno
autorizzato!) a chiunque abbia voglia di ricevere informazioni chiare e
sincere da chi “c’è stato”.
La nostra speranza è che la situazione si risolva il prima possibile, e
che il turismo in Kenya riprenda velocemente, in modo tale da non
generare danni peggiori della guerra tribale in corso.
Fidatevi di noi! Non metteremmo mai un cliente in una situazione di
rischio...
Giulia
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