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La zebra
di Joseph Ngala
Rileggendo tutti i magazine che fino ad oggi abbiamo pubblicato, mi sono
reso conto di quanti animali in realtà manchino all’appello. La savana,
e in genere l’africa, è davvero la madre di una moltitudine di animali
diversi, dai grandi predatori agli erbivori, senza dimenticare gli
uccelli, i rettili, gli insetti...
Animali talvolta curiosi, strani e
così lontani da quelli a cui siamo abituati vivendo in Europa. Ma ce n’è
uno in particolare che qui risulta più familiare di altri: sto parlando
della zebra!
E il motivo risiede probabilmente nel fatto che essa sembra
un incrocio tra l’asino e il cavallo: la struttura muscolosa e possente,
la testa armoniosa e proporzionata, il petto ampio e profondo sono
caratteristiche tipiche del cavallo, mentre il muso affusolato, le
orecchie leggermente lunghe rispetto alla testa, la breve criniera e il
ciuffo di peli setolati all’estremità della coda ricordano più un asino.
Il manto è striato e, a seconda delle zone in cui vive l’animale, cambia
il colore, dal giallo/bruno al bianco/nero.
Un tempo i Romani, proprio
per questa caratteristica striata del pelo, chiamavano le zebre Ippotigri o Cavallo-Tigre. L’origine delle striature, secondo alcuni
zoologi, deriva dalla necessità di mimetizzarsi e difendersi dagli
attacchi dei predatori: vivendo in branco, infatti, le strisce di una
zebra si confondono con quelle delle altre, disorientando i nemici. Tra
l’altro questo tipo di mimetizzazione (che si chiama somatolisi)
è comune anche in altri mammiferi (tigri e leopardi), uccelli e rettili,
come per esempio alcune specie di vipere.
Secondo altri studiosi, invece, la principale tecnica di difesa delle
zebre, oltre che la fuga vera e propria, sta nella scelta di vivere
a stretto contatto con gnu, struzzi e giraffe. Fondamentalmente infatti,
le zebre hanno un olfatto e un udito molto buono, ma lo struzzo ha una
vista più acuta; e chi meglio di una giraffa può scrutare l’orizzonte e
avvistare possibili predatori? Una curiosità legata alle strisce: esse
sono elementi distintivi di ogni singola zebra, sono cioè un po’ come le
nostre impronte digitali. Questo permette ai singoli individui di
riconoscersi e agli zoologi di studiare e identificare i vari esemplari.
La vita di una zebra trascorre in modo tranquillo e gioioso,
cibandosi di erba e trotterellando per le steppe. Ma la guardia non
viene mai abbassata e nel branco c’è sempre più di un individuo che
funge da sentinella e che avverte gli altri in caso di pericolo.
Le zebre vivono in gruppi familiari piuttosto stabili, di una
quindicina di animali. All’interno convivono uno stallone (maschio
adulto), le femmine e i loro piccoli. Quando i giovani crescono anche la
struttura del gruppo evolve: le femmine raggiunta la maturità sessuale,
sono rapite da altri stalloni. I giovani maschi all’età di 1-3 anni,
lasciano il gruppo natale e si uniscono ad altri coetanei formando
gruppi di una quindicina di individui. Dovranno attendere qualche altro
anno prima di potersi riprodurre: infatti, anche se la maturità sessuale
è raggiunta prima, devono sottostare al volere degli stalloni più
anziani che li allontanano dalle femmine. Come spesso accade nel mondo
animale, per riprodursi non è sufficiente essere sessualmente maturi, ma
è fondamentale esserlo socialmente.
La zebra è un animale molto
placido, lo dimostra il fatto che può
essere addomesticato dall’uomo, sia per il tiro della carrozza che per
spettacoli nei circhi ad esempio. Ma il loro carattere selvaggio e
capriccioso non gli abbandona mai, ecco perchè restano comunque molto
diffidenti nei confronti dell’uomo e tendono a difendersi con calci e
morsi!
Leggendo qua e là alcune storie che vedono protagoniste le zebre, ho
ritrovato una vecchia leggenda nata tra il popolo Boscimane che spiega
come sono nate le strisce sul manto della zebra.
“Tanto tempo fa, quando gli animali erano ancora nuovi sulla terra e le
zebre avevano il manto tutto bianco, il clima era caldo e arido e la
poca acqua disponibile era racchiusa in pozzanghere e piccoli laghi. Una
di queste pozze era sorvegliata da un babbuino che si definiva “sovrano
dell’acqua” e ne impediva l’accesso agli altri animali.
Un giorno si avvicinò una zebra con il suo piccolo e il babbuino, seduto
vicino al fuoco, si alzò e gli intimò di allontanarsi. La zebra allora
tentò di spiegare che l’acqua era di tutti, ma il babbuino non volle
cedere e minacciò la zebra.
Tra i due si scatenò una lotta e, nella colluttazione, la zebra sferrò
un calcio al babbuino facendolo volare fin sopra le rocce, ma barcollò
all’indietro inciampando nel fuoco acceso e bruciandosi il manto bianco.
Lo spavento fece galoppare la zebra lontano nella savana, dove si trova
ancora oggi e da allora il suo manto è rimasto striato”.

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