N° 11 | Dicembre 2007

 

La zebra di Joseph Ngala

 

Rileggendo tutti i magazine che fino ad oggi abbiamo pubblicato, mi sono reso conto di quanti animali in realtà manchino all’appello. La savana, e in genere l’africa, è davvero la madre di una moltitudine di animali diversi, dai grandi predatori agli erbivori, senza dimenticare gli uccelli, i rettili, gli insetti...

Animali talvolta curiosi, strani e così lontani da quelli a cui siamo abituati vivendo in Europa. Ma ce n’è uno in particolare che qui risulta più familiare di altri: sto parlando della zebra!

E il motivo risiede probabilmente nel fatto che essa sembra un incrocio tra l’asino e il cavallo: la struttura muscolosa e possente, la testa armoniosa e proporzionata, il petto ampio e profondo sono caratteristiche tipiche del cavallo, mentre il muso affusolato, le orecchie leggermente lunghe rispetto alla testa, la breve criniera e il ciuffo di peli setolati all’estremità della coda ricordano più un asino.

Il manto è striato e, a seconda delle zone in cui vive l’animale, cambia il colore, dal giallo/bruno al bianco/nero.

Un tempo i Romani, proprio per questa caratteristica striata del pelo, chiamavano le zebre Ippotigri o Cavallo-Tigre. L’origine delle striature, secondo alcuni zoologi, deriva dalla necessità di mimetizzarsi e difendersi dagli attacchi dei predatori: vivendo in branco, infatti, le strisce di una zebra si confondono con quelle delle altre, disorientando i nemici. Tra l’altro questo tipo di mimetizzazione (che si chiama somatolisi) è comune anche in altri mammiferi (tigri e leopardi), uccelli e rettili, come per esempio alcune specie di vipere.

Secondo altri studiosi, invece, la principale tecnica di difesa delle zebre, oltre che la fuga vera e propria, sta nella scelta di vivere a stretto contatto con gnu, struzzi e giraffe. Fondamentalmente infatti, le zebre hanno un olfatto e un udito molto buono, ma lo struzzo ha una vista più acuta; e chi meglio di una giraffa può scrutare l’orizzonte e avvistare possibili predatori? Una curiosità legata alle strisce: esse sono elementi distintivi di ogni singola zebra, sono cioè un po’ come le nostre impronte digitali. Questo permette ai singoli individui di riconoscersi e agli zoologi di studiare e identificare i vari esemplari.

 

La vita di una zebra trascorre in modo tranquillo e gioioso, cibandosi di erba e trotterellando per le steppe. Ma la guardia non viene mai abbassata e nel branco c’è sempre più di un individuo che funge da sentinella e che avverte gli altri in caso di pericolo.

 

Le zebre vivono in gruppi familiari piuttosto stabili, di una quindicina di animali. All’interno convivono uno stallone (maschio adulto), le femmine e i loro piccoli. Quando i giovani crescono anche la struttura del gruppo evolve: le femmine raggiunta la maturità sessuale, sono rapite da altri stalloni. I giovani maschi all’età di 1-3 anni, lasciano il gruppo natale e si uniscono ad altri coetanei formando gruppi di una quindicina di individui. Dovranno attendere qualche altro anno prima di potersi riprodurre: infatti, anche se la maturità sessuale è raggiunta prima, devono sottostare al volere degli stalloni più anziani che li allontanano dalle femmine. Come spesso accade nel mondo animale, per riprodursi non è sufficiente essere sessualmente maturi, ma è fondamentale esserlo socialmente.

 

La zebra è un animale molto placido, lo dimostra il fatto che può essere addomesticato dall’uomo, sia per il tiro della carrozza che per spettacoli nei circhi ad esempio. Ma il loro carattere selvaggio e capriccioso non gli abbandona mai, ecco perchè restano comunque molto diffidenti nei confronti dell’uomo e tendono a difendersi con calci e morsi!

 

Leggendo qua e là alcune storie che vedono protagoniste le zebre, ho ritrovato una vecchia leggenda nata tra il popolo Boscimane che spiega come sono nate le strisce sul manto della zebra.

“Tanto tempo fa, quando gli animali erano ancora nuovi sulla terra e le zebre avevano il manto tutto bianco, il clima era caldo e arido e la poca acqua disponibile era racchiusa in pozzanghere e piccoli laghi. Una di queste pozze era sorvegliata da un babbuino che si definiva “sovrano dell’acqua” e ne impediva l’accesso agli altri animali.

Un giorno si avvicinò una zebra con il suo piccolo e il babbuino, seduto vicino al fuoco, si alzò e gli intimò di allontanarsi. La zebra allora tentò di spiegare che l’acqua era di tutti, ma il babbuino non volle cedere e minacciò la zebra.

Tra i due si scatenò una lotta e, nella colluttazione, la zebra sferrò un calcio al babbuino facendolo volare fin sopra le rocce, ma barcollò all’indietro inciampando nel fuoco acceso e bruciandosi il manto bianco. Lo spavento fece galoppare la zebra lontano nella savana, dove si trova ancora oggi e da allora il suo manto è rimasto striato”.